ultima sera con puccini
da ‘cose dette’di lucio d’ambra
In trattoria, a fin di cena, Tomaso Monicelli, gran pucciniano anche prima della morte del musicista, racconta agli amici una sua “cosa vista”: l’ultimo incontro con Giacomo Puccini, una sera, un mese prima della catastrofe. Fu la serata durante la quale Giacomo Puccini, discorrendo della sua opera nuova, sentì la morte avvicinarsi a lui di galoppo. Poiché Arturo Toscanini, per dirigervi il «Nerone», a Bologna piacque un giorno al maestro d’andare a Viareggio, dove da circa due anni Puccini viveva nella sua quieta villa tra pinete e mare. Non si trattava solo di prendere col Puccini accordi per l’esecuzione scenica e l’interpretazione della «Turandot» alla Scala. Si trattava anche di veder direttamente in quali condizioni di salute stesse realmente il musicista. Sulla sua salute, infatti, correvano da quindici giorni voci sinistre. Ma erano voci contraddittorie. E se alcune davano Puccini per irrimediabilmente perduto, altre riducevano la malattia, con percorso benigno, ad una grave e fastidiosa crisi da superare. Era con Toscanini, a Bologna, Giovacchino Forzano, collaboratore del Toscanini, alla Scala, per la messa in scena delle opere. Per la preparazione delle scene e dei costumi era dunque necessario che anche Forzano si incontrasse con Puccini. E così, in un pomeriggio, partirono da Bologna in automobile, diretti a Viareggio, Arturo Toscanini, Giovacchino Forzano e Tomaso Monicelli.
– Lungo il viaggio d’andata, racconta coi suoi scatti e coi suoi impeti Monicelli, ancora Toscanini voleva illudersi e sperare. Ci aveva detto: – No, non può essere. Esagerano. Non voglio credere che Puccini sia così malato. È ancora giovane e forte. E non ha ancora finito l’opera. Sarebbe atroce…. – E noi, con lui, per illuderci e per sperare. Così giungemmo a Viareggio e alla villa del musicista in una malinconia di crepuscolo che faceva abbrividire l’anima e che non saprò mai dimenticare tanto quel cielo in cui la luce funebremente moriva ci apparve, e fu, presagio di morte. La nostra visita era preannunziata e ci aspettavano: il figlio del musicista al cancello e il glorioso musicista, in fondo al viale, sopra una terrazza al primo piano della sua villa. Non appena suo figlio ci ebbe aperto, Giacomo Puccini dalla terrazza, ci mando col sorriso e colle braccia levate e aperte verso di noi, un gran saluto di festa che subito ci rassicurò. Ma, mentre per il viale ci avviavamo lietamente, il figlio del maestro, senza far vedere che ci parlava di nascosto e rispondendo ad una muta domanda ch’era tutta ansiosa, negli occhi di Arturo Toscanini, ci getto, in fretta e sottovoce, per toglierci ogni illusione, le parole tragiche: – Povero papà… È finito! Non c’è speranza di salvezza… È un cancro!… E aveva povero figliuolo disperato e condannato ad apparir sereno, gli occhi pieni di lacrime. E noi raggiungemmo Puccini così, sapendolo condannato… ma quando, su in terrazza, ce lo rivedemmo davanti, elegante, giovane, appena un po’ smagrito, sorridente al solito agli amici, con la voce appena un po’ velata, dovemmo fare uno sforzo per ricordare le recise parole del figlio, parole senza dubbio, senza scampo, senza speranza. Dovemmo insomma negar tutte le apparenze per considerar Puccini come un malato mortale. Aveva fraternamente abbracciato Toscanini. E a lui ed a noi domandava: – Sentite? Non ho più voce… Che sarà? – Ma non aspettava la nostra risposta. E noi lo rassicuravamo: – La voce c’è, come prima… Lei è, Maestro, il ritratto della salute… – Ed era vero a guardarlo, a sentirlo. Ma Puccini scosse il capo, con una gran melanconia, e disse in un quieto e rassegnato sorriso: – Sì, il ritratto della salute… ma un ritratto, purtroppo, che non somiglia più… –
Più tardi Tomaso Monicelli, rivedendo il tragico incontro in ogni suo più patetico particolare, rievoca per noi la funebre serata:
– Dovevamo, cioè dovevano, dopo pranzo, parlare dell’opera nuova. Toscanini già la conosceva: e preannunziava un capolavoro. A noi non fu dato di udirne una sola nota. Il pianoforte era, da alcune settimane, chiuso a chiave, né Puccini voleva saperne di riaprirlo… E disse: – Lo riaprirò mai più? Chi sa?… – Passavano ogni tanto, nella sua conversazione, di queste trepide ed ansiose domande senza risposta da lui rivolte al mistero del suo domani. Ma noi protestavamo. E, con al morte nel cuore, protestava con noi anche il desolato e disperato figliuolo: – Che pazzie dici papà! Tu sati benissimo… Questa crisi passerà… E tu riaprirai il pianoforte, ti rimetterai presto a lavorare e porterai a termine la Turandot… – E Puccini, udendo rinominar la «Turandot», ritornava all’opera sua, sedeva rapido alla tavola, ci faceva radunar tutti attorno a lui, prendeva la partitura, libretto, bozzetti delle scene e schema degli arredi e delle distribuzioni di luce, e lietamente, come se non fosse malato, e come se nulla lo minacciasse, esclamava: – Lavoriamo… – Ma, dette appena poche parole, indicati di volo due o tre particolari di messe in scena, Puccini abbandonava d’improvviso il lapis su la tavola e, appoggiando il gomito su questa e la fronte alla sua mano, guardava fisso davanti a sé nel buio dell’avvenire e mormorava, più per sé che per gli altri, le terribile parole del presagio: – E se l’opera dovesse rimanere incompiuta, cioè senza il duetto finale con cui dovrebbe chiudersi il terz’atto? In tal caso l’opera rimarrà così e, giunti a quel momento della mia musica, l’orchestra si fermerà ed uno verrà dalla scena alla ribalta per dire agli spettatori: L’opera non finisce perché a questo punto il maestro è morto… – Sentimmo tutti, a quelle parole, un gran brivido gelarci l’anima. Guardammo Puccini senza aver la forza di dargli animo. Ma Puccini ch’era stoico non solo ma anche così timido che aveva persino il pudore delle sue pene, si fece coraggio da sé e, ripresi il lapis e i progetti di scenario, ci ridiceva, gli occhi pieni di lacrime ma contenendole: Lavoriamo… –
Il ricordo di quell’ora inumidisce anche gli occhi di Monicelli che racconta. Ma anch’egli riesce, con uno sforzo, a dominar la sua commozione e riprende a dire:
– Fingemmo tutti di non vederle, quelle lacrime di Puccini davanti all’idea della sua morte vicina e della sua opera interrotta. Poich’egli ci guardava eravamo costretti, tutti e tre, Toscanini, Forzano e io, a rimandar giù in gola la commozione che saliva e ci soffocava – e a sorridere… E, nel vederci sorridere, come se fosse da noi rassicurato, anche Puccini sorrideva e spiegava: – Ecco al primo atto vorrei…E qui, al terzo sarebbe necessario che una luce… –
Solo il figlio non reggeva lo strazio. In piedi, camminava dietro le spalle del padre seduto, asciugando tratto le lacrime con un moto fulmineo del fazzoletto. E poi, passateselo sugli occhi, se lo ficcava nella bocca per soffocarvi il respiro e l’affanno, per non singhiozzare… E Puccini continuava: – Ma questo lo vedremo meglio a teatro, quand’io sarò a Milano, a marzo… a marzo! – Povero Puccini! Doveva morire invece appena un mese dopo… E noi lo sapevamo… Ancora per trenta sere doveva udire, parlare, vedere, vivere… E poi il silenzio eterno, la fine di tutto… Ma ancora Puccini spiegava, raccomandava, descriveva…
Voi sapete quale prodigioso uomo di teatro egli fosse e come nel melodramma per lui, oltre la musica, tutto dovesse concorrere a crear l’opera, l’atmosfera dell’opera, il lirismo e la commozione dell’opera nello spettacolo… Tutto prevedeva, tutto calcolava, tutto misurava… E di tutto sui suoi fogli c’era un appunto, uno schizzo, un’indicazione, un progetto… E dove questo mancava egli adesso in fretta aggiungeva… Un colore di scenario, un effetto di luce. Un rumore in quinta, un particolare minimo in orchestra o su la scena… E di colpo, quasi scusandosi di tanta insistenza, col suo candido sorriso di fanciullo diceva a Toscanini e a tutti: – perdonatemi. Bisogna aver pazienza con me… Turandot è l’opera mia che prediligo, è quella in cui sarà certamente la migliore parte di me… E nessuna di quelle che potrò scrivere dopo… – Si fermò di colpo, come rientrato in sé per la paura, come ritrovandosi davanti improvvisamente l’idea della sua vita tragicamente minacciata… Reclinò la testa su la mano e riguardò nel vuoto, respingendo da sé il suo manoscritto e di suoi appunti… Poi ripeté a bassa voce: – Quelle che potrò scrivere dopo… – E sorrise in un ghigno. E disse: – E se veramente fosse l’ultima, se veramente Turandot non dovessi finirla, se veramente la morte… – Non finì. Ebbe paura di finire. Non so come noi resistessimo. Ma resistemmo. E contro la sua idea di morte opponemmo, per esaltarlo, l’idea di gloria. C’era lì accanto a lui, su un tavolino, l’apparecchio radiotelefonico. E qualcuno di noi parlò: – ma pensi a guarire e a vivere, maestro… pensi a lavorare… La gloria è con lei. Il mondo a quest’ora, mentre noi siamo qui in questa piccola stanza, è tutto pieno della sua musica… Senta… Parigi… L’Opéra Comique… – E, aperto l’apparecchio radio-telefonico, le note di Butterfly, suonate a Parigi, echeggiarono a Viareggio, nello studio in cui il maestro pensava alla possibilità della sua morte… E quello che aveva parlato disse ancora: – E pensi… Come a Parigi, la sua musica a quest’ora è da per tutto… A Londra, a Roma, a Milano, a New York, a Berlino, a Tokio cantano le sue opere… In mille e mille case vivono le sue melodie… Cento e cento orchestre suonano la sua musica… Il mondo intero è pieno di lei… Il mondo intero lo ama e lo ammira…
E, mentre ancora la Butterfly di Parigi suonava nella piccola stanza d’agonia, il maestro parve racconsolarsi. Per un attimo la luce di speranza brillò ancora nei suoi occhi… ma subito dopo, la gloria non poté più consolarlo del presagio… Chiuse l’apparecchio radiotelefonico accanto a sé e fu di colpo, nella stanza, il silenzio. Ci guardò tutti, lì, davanti a lui, muti, pallidi. Capì che forse avevamo capito ed in quel silenzio, scoppiò il suo pianto, il pianto dell’artista su l’opera interrotta e dell’uomo su la vita finita… Cercammo subito attorno a noi il figlio… ma non c’era più… Non reggendo più allo strazio, disperatamente e silenziosamente era uscito.
E Tomaso Monicelli conclude il suo racconto:
– Puccini si calmò da sé… Si scusò con noi della sua debolezza… E s’allietò che il figlio non fosse stato presente… «Poveretti! disse Non bisogna i miei farli stare in pensiero… Guai se mi vedessero così!… ma per fortuna io mi so, di solito, comandare…» E ce ne andammo come se dovessimo ritornare e lo salutammo come se dovessimo rivederlo… Gli dicemmo con le labbra arriverderci, mentre il cuore, dentro, gli diceva addio… Fu in quella menzogna un distacco atroce… Sentimmo abbracciandolo, che era per l’ultima volta, che era per sempre… Doveva infatti due o tre giorni dopo partire per Bruxelles: viaggio senza ritorno… Ma Puccini ci vide tranquilli e s’incuorò… Ci salutò ancora con voce lieta: «Arrivederci… Arrivederci…». E giù dal viale, Toscanini ancora per mentirgli, gli gridò: «Lavora…» E semplice, tranquillo, come se ancora la vita sorridesse alle sue speranze, dall’alto Puccini rispose: «Lavorerò…» Fu questa la sua ultima parola. E nell’automobile che ci allontanava per sempre da lui, Arturo Toscanini che profondamente lo amava e che per più ore aveva dominato formidabilmente sé stesso, non ebbe più forza e scoppiò a piangere. E, con noi, nella campagna, nella notte, mentre la macchina rombava e volava… E nel pianto udivamo la sua voce ripetere: «Povero Puccini… Povero Puccini… Addio… Addio… Addio»
E a sentir Monicelli raccontar così, abbiamo pianto, l’altra sera, anche noi…